
(AGI) - Tokyo/Washington, 31 ago. - La vittoria di Yukio Hatoyama nelle elezioni politiche giapponesi apre una pagina incerta nelle relazioni di Tokyo con Washington, a partire dalla presenza delle basi militari nel Paese del Sol Levante, fonte di irritazione per le comunita' insediate nei pressi delle infrastrutture militari, alle navi che, all'ancora nell'Oceano Indiano, svolgono missione di rifornimento per le truppe americane di stanza in Afghanistan.
Hatoyama, il vincitore che ha inflitto ai liberaldemocratici da cinquant'anni al potere una sconfitta storica, ha messo le mani avanti rispetto a una deviazione delle politica estera giapponese, da una rotta semi-atlantista a una principalmente asiatica. "Non sono antiamericano", ha detto il premier in pectore, con l'obiettivo di rassicurare Washington dopo che in un articolo apparso una settimana fa sul New York Times Hatoyama aveva segnalato la prossima "fine di un'era a guida americana" e l'avvio di un'era "multipolare".
Inoltre, scriveva il futuro premier, "la regione dell'Est asiatico, che mostra una grande vitalita', va riconosciuta come la sfera di interesse del Giappone". "L'articolo", ha precisato Hatoyama il giorno dopo la vittoria, "non intendeva avere contenuti antiamericani" e "l'idea di una comunita' dell'est asiatico non esclude gli Stati Uniti".
A Washington, pero', la preoccupazione resta ed e' per questo che Barack Obama si e' affrettato a congratularsi con il trionfatore delle elezioni, a invocare una "stretta collaborazione" con lui e a dirsi "fiducioso che la forte alleanza tra Giappone e Stati Uniti prosperera' con la leadership del prossimo governo a Tokyo". L'amministrazione Obama, insomma, pur avendo a Tokyo un governo ideologicamente amico, potrebbe, per ragioni geopolitiche, trovarsi con un alleato in meno in una regione cruciale.
Tre, i nodi che a breve medio termine potrebbero intricare le relazioni tra i due alleati, se le promessse elettorali di Hatoyama dovessero trovare un'applicazione immediata.
L'Afghanistan, innanzitutto. Il leader dei Democratici aveva promesso che non sara' rinnovata la missione, in scadenza a gennaio, delle navi che nell'Oceano Atlantico sono un punto di rifornimento per la missione in Afghanistan. Ozawa, predecessore di Hatoyama al partito, aveva fatto capire di essere disposto a inviare in cambio del ritiro delle navi un certo numero di militari in Afghanistan ma l'opzione non ha mai ottenuto molto consenso in un Paese che non vede cadere in un conflitto armato un proprio militare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
La questione e' destinata a diventare un elemento nel negoziato tra i due Paesi, che, in un contesto di ripetuti proclami di amicizia cementati anche dal timore della minaccia nucleare nordcoreana, sono gia' impegnati in un sostanzioso dossier al cui centro c'e' la presenza in Giappone di ben 47.000 militari americani. Le basi in cui operano sono state spesso oggetto di conflitto con la popolazione, soprattutto a Okinawa, da dove andranno via almeno 8.000 marines, che ridispiegati nella statunitense Guam. Ne resteranno 4.000, che dovranno pero' lasciare l'area di Futenma e trasferirsi nel nord dell'isola.
La questione delle armi nucleari e' destinata invece a far emergere un fronte comune tra Washington e Tokyo. Il paese del Sol Levante, unica nazione che ha subito un attacco atomico, si e' spesso fatto portavoce di un bando internazionale delle armi nucleari e l'appello di Obama per un mondo libero da questo genere di armi risponde esattamente a questa aspirazione. Ma non e' chiaro cosa rispondera' Washington quando il neopremier chiedera' che navi statunitensi che trasportano armamenti nucleari non attracchino nei porti giapponesi.
Tra i Paesi dell'area l'accoglienza per il risultato di Hatoyama e' stata non piu' che formale. La Corea del Sud si e' augurata una "solida partnership" con Tokyo mentre Pyongyang ha auspicato che la nuova leadership giapponese porga le sue "scuse" per la schiavitu' a cui lo Giappone costrinse centinaia di donne coreane, sfruttandole nei bordelli durante la Seconda Guerra Mondiale.
Fonte: AGI